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La Storia delle carte da gioco e le sue origini.

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La storia delle carte da gioco e le origini: Nato, con le attuali regole, verso la fine dell'Ottocento negli Stati Uniti, il gioco del poker ha origini centinaia di anni prima del XIX secolo. Non vogliamo però dire che sia contemporaneo alla nascita delle carte da gioco, importate prima dell'anno Mille in Europa,
e di origine orientale (chi dice indiana, chi dice cinese...). Le carte compaiono infatti, come "gioco", per la prima volta in Spagna: sono arabi a insegnare chi non sono solo un mezzo di divinazione, ma che con esse è possibile passare piacevolmente il tempo nelle austere corti dei signori di Castiglia, di Aragona, di Granada. Siamo cosi,  l'uso arabo del gioco, alla prima metà del XIV secolo; i servi che gli spagnoli hanno catturato tra i nemici arabi insegnavano loro l'uso delle Naipes, nome spagnolo che viene dato alle carte (certo il loro primo nome  "europeo") di sicura derivazione dall'arabo Na'ib, con il quale vengono tuttora chiamate. E i giochi con le carte si diffondono immediatamente tra gli strati più abbienti della popolazione.

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Non un gioco popolare, alle origini. Se le prime carte da gioco sono prodotte per uso esclusivo dei signori, se ogni corte fa confezionare dai maestri <<cartexellari>>, splenditi mazzi di carte, colorati
a mano dai più grandi artisti del tempo, ben presto esse entrano a far parte anche del costume di vita della gente comune.
Sono entrate anche nei corredi delle spose; Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo e sposa di Luigi d'Orleans, ha mazzi di pregevoli carte nel corredo a si fa punto d'onore di insegnare i giochi allo sposo, come se per lei fosse un modo per dimostrare la propria educazione raffinata alla quale era preparata dagli illustri genitori.
Diventano anche un prezioso dono che si scambiano i sovrani. E dalle corti le carte passano in mano al popolo.

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Un successo inarrestabile. Alla fine del Trecento non vi è taverna, ostello, cambio di cavalli, albergo, luogo di riunione, in cui non vi sia - se l'ospite è accorto - un mazzo di carte da mettere a 
disposizione dei clienti. Il gioco dilaga, e con esso la preoccupazione delle autorità nei confronti di tutto ciò che può nascondere una possibilità di vizio, di pregiudizio dell'ordine, di sovvertimento dell'economia. Se le prime carte, comparse appunto in Spagna, hanno avuto il compito di allietare le lunghe giornate nei castelli, le carte da gioco di uso popolare entrano dapprima in quei Paesi della nostra Europa che offrono meno, come natura, alla popolazione.
Paesi dai lunghi inverni, dai freddi intensi. Ma poi, piano piano, ecco che dilagano anche quelle zone in cui il clima non inviterebbe alle lunghe soste al tavolo da gioco... ma in cui la precaria situazione economica trasforma le carte in una <<speranza di vincita>>, in un <<colpo di fortuna>>: cosi, sotto questo profilo, sono i popoli più poveri ad accettare e a determinare il successo delle carte per giocare.
E nasce il gioco d'azzardo.

 

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Limiti delle autorità. Significativo, per inquadrare lo spirito che anima a giocare, un decreto del 20 gennaio 1418, che il Vicario di Provvisione e i Dodici di Provvisione emanano a Milano; la pena prevista è di florenos decem, ossia i dieci fiorini, una cifra veramente esorbitante per quei tempi. Pena prevista per chi adesca giovani al di sotto, dei vent'anni, ponendo prodotti in premio di giochi d'azzardo
Per curiosità diremo che i premi per chi vinceva erano costituiti da
lechabonum, flonos, offelletas, avellanas et consimilia, ossia lecca-lecca, dolci, offelle, mele cotte, eccetera! Non serve, e neppure serve la limitazione del gioco <<al di sotto dei vent'anni>>: tanto che due anni dopo, il 24 febbraio 1420, il nuovo Vicario e i Dodici di Provvisione consentono che i giochi <<purché dopo i vent'anni>>, con pena ancora di fiorini dieci! Se proprio si deve giocare per lo meno, dicono le autorità, lo si faccia onestamente.
Parole al vento. Contribuisce al dilagare del gioco il diffondersi delle carestie, delle miserie, la speranza delle vincite: e come certi giochi statalizzati (il vecchio Lotto, il più recente Totocalcio) hanno ancora oggi punte massime in momenti precari e quando il valore del denaro diminuisce, le carte divengono motivo di speranza, oltre che di evasione.
Ma per vincere... occorre essere abilissimi. Ed ecco che addirittura sorgono le <<schole di baraterie>>, come vengono definite da questo curioso documento che il Duca Francesco Sforza fa redigere addì 1° dicembre 1531! Ormai Firenze, Viterbo con la famosa fabbriceria di Bolsena, Milano, ma anche Brescia, Bergamo e quindi Venezia sono fonti di approvvigionamento.
Gia le carte hanno guadagnato  la via d'Oltralpe dietro alle truppe di Carlo VI di Francia; e sono divenute di uso comune in Germania, stampate prima a Magonza e poi in quelle città europee in cui si sono rifugiati gli stampatori dopo il <<sacco di Magonza>>.
A Milano, Francesco Sforza, preoccupato del dilagare in ogni strato dell'azzardo scrive:
    <<...
Tenevamo per certo per le calamità inaudite de tanti anni passati quali ancora al presente non hanno fine, il che non poco ne attrista, o almeno la grandissima Charestia del denaro dovesse un tutto extirpare le schole di baratarie. Hora vedendo che sono alcuni si scellerati ed abstinati in giocare che nè l'ira di Dio nè l'honor del mondo, nè le gride, per noi l'anno proximo passato fatte, li po' contenere da si avara e deshonesta actione, da la quale infiniti mali nascano; per questo renovando la grida come di sopra fatto circa il gioco, ordiniamo che tutti quelli che tenano o teneranno barataria pubblica, in casa loro o in altro loco pubblico o privato ove concorreno molte et diverse persone a giocare giochi di zarro et altri proibiti, che tutti quelli che serano convincti per l'acusatore cum el suo giuramento et uno testimonio fidedigno, et l'acusatore sia tenuto secreto che et quello che tenerà la baratoria et quello che giocherà como di sopra sii irrimissibilmente punito in pubblico con tri tratti di corda, comandando in Milano al capitanio di justitia et podestà, ne le altre città e lochi di dominio nostro alli judici ordinarj che siano vigilanti di cercare et punire li delinquenti, a ciò che si mala gramigna se extirpa dal stato nostro>>.
   In poche parole, il duca Francesco Sforza ammette di aver sperato che le carestie e la mancanza di liquidi avessero inferto un colpo ai giochi delle carte, ma che nè questo <<castigo di Dio>> della carestia, né gli ordini (grida) impartiti erano serviti a nulla! Per cui denunziava, oltre a godere dell'immunità e dell'anonimato, veniva considerato cittadino integerrimo.
E chi veniva accusato (anche senza prove o senza essere colto in flagrante delitto, purchè vi fosse un testimone di sicura fede) si prendeva, oltre alla solita multa, anche irremissibilmente tre buoni tratti di corda sulla pubblica piazza. Il gioco maggiormente vietato era <<zarro>> o <<zaro>>, o <<faro>>: per intenderci,
l'antenato del nostro poker.
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Poker, gioco internazionale: Zarro, zaro o faro: ma già questo gioco, pur con regole che si avvicinano solo in parte alle attuali europee, era diffusissimo. Contribuì anche la proibizione delle autorità a renderlo cosi appetibile? Non possiamo dirlo certo è che ogni strato sociale le carte erano diffuse, e chi voleva crearsi un alibi giocava senza denari, per il piacere del gioco... ma non rinunziava al mazzo di carte.
 

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